C'era una volta una nazione in piena crescita (e per questo piena di contraddizioni anche incolmabili) ma così strettamente legata al pionierismo che l'aveva vista nascere da travalicare (almeno con la fantasia) i limiti del proprio pianeta. Erano gli USA, ed erano gli anni '30, e da lì nacque il genere letterario della Fantascienza. Una trentina abbondante di anni dopo quella stessa nazione infilò tre malcapitati in due aggeggi di metallo e circuiti e li spedì sulla luna, in aperta sfida alla Russia.
Non so quanti di voi abbiano mai guardato alle stelle pensando, sperando, immaginando di poterci viaggiare in mezzo, se non proprio di persona almeno augurandoselo per i nostri figli e/o nipoti.
Non avevamo fatto i conti con l'avidità, con la corsa al potere, con i veri cardini della politica mondiale che nulla hanno a che vedere con la ricerca scientifica e l'esplorazione.
Dopo tutto se una multinazionale del farmaco invece di investire nella ricerca anti AIDS alza il fatturato su false epidemie e vaccini potenzialmente dannosi cosa potremmo mai aspettarci?
Barack Obama, il presidente "del cambiamento" ha ufficialmente mandato in pensione lo Space Shuttle e il programma spaziale americano, stornando i finanziamenti al bilancio interno indebitato dalla "guerra al terrorismo".
D'accordo, è l'occasione per dimostrare che l'Europa può portare avanti l'esplorazione spaziale se vuole, o che la Cina potrà affacciarsi oltre l'atmosfera terrestre, come in alcuni dei romanzi di fantascienza più "alternativi" degli anni '70.
Ma per me tutto questo rimane una promessa non mantenuta, un furto subito, quello di un sogno: andare tra le stelle, e non mi piace.
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